Sembra che il mondo stia iniziando a guardare alla Giustizia Sociale non soltanto come necessità di assistenza dei più deboli, ma come necessità umana vera e propria.
Il direttore generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ad esempio, l’ha definita “un imperativo morale” a margine della pubblicazione del rapporto The State of Social Justice. Si tratta di un documento stilato annualmente per monitorare la giustizia sociale in tutto il mondo, e dal 1995 al 2025 sono stati registrati passi da gigante in termini di conquiste: il lavoro minorile nei bambini dai 5 ai 14 anni è stato dimezzato, la povertà estrema è stata portata dal 39 al 10% su scala mondiale, il completamento delle scuole primarie è aumentato di 10 punti in tutto il mondo e oltre metà della popolazione mondiale gode di protezione sociale.
Ma non tutto è un successo schiacciante: ad esempio, questo report stabilisce che nel 71% dei casi il reddito di una persona è ancora fortemente legato alle circostanze di nascita, come il luogo d’origine o il genere, e con le tempistiche attuali il gap di guadagni correlato al genere verrà chiuso tra un secolo.
Il 20 febbraio si celebra la Giornata Mondiale della Giustizia Sociale, una giornata istituita nel 2007 dall’Onu per ricordare che la giustizia sociale è un tassello fondamentale per la costruzione di un progetto di pace, uguaglianza e sviluppo sostenibile in tutto il mondo.
Obiettivi su così larga scala possono generare un senso di impotenza in chi cerca di restare informato nel mare magnum del web e dei mass media classici. Le persone si domandano da dove iniziare per dare un contributo significativo, arrivando addirittura a chiedersi se ne valga davvero la pena alla luce dell’impunità di alcuni agenti di ingiustizia sociale.
La risposta non è unica e non è certo semplice, ma può partire da ciò che si conosce: il proprio territorio e i suoi bisogni impellenti.
Il Villaggio del Fanciullo di Morosolo lavora ogni giorno a sostegno dei nuclei familiari più fragili sul territorio di Varese e di tutte le province lombarde. A fare la differenza non è soltanto la competenza professionale dell’educatore o dello staff amministrativo, ma l’apertura, l’ascolto e la consapevolezza di interfacciarsi ogni giorno con persone alle quali la società tutta non dedica lo sforzo necessario, etichettandole come un peso o, in alcuni casi, addirittura come persone pericolose senza soffermarsi sul contesto.
Nel 2025, qui al Villaggio ha preso il volo il progetto Casa Aliante, la nostra comunità residenziale dedicata ai nuclei familiari madre-bambino con problematiche legate all’uso di sostanze stupefacenti.
Lo scopo della struttura è quello di dare a questi nuclei familiari uno spazio condiviso di ripresa e costruzione del proprio futuro, pensato come percorso unico e non in parallelo, che bilanci le necessità di entrambi e aiuti a sviluppare una dinamica familiare sana, con il sostegno degli enti territoriali ma anche di professionalità che mettono al centro la persona prima del caso.
“Al Villaggio abbiamo sempre cercato di mettere in atto un cambio di paradigma nel risponder alle esigenze sociali del territorio, iniziando con il mettere il bambino al centro, con uno sguardo che vada oltre il singolo e miri a una presa in carico sistemica,” dichiara Simone Feder, responsabile psico-pedagogico del Villaggio.
“Sporcarsi le mani è l’unico modo per comprendere davvero i bisogni dei nostri ospiti. Stando con loro, ci si può accorgere che interventi che sono sempre stati ritenuti giusti, o persino insindacabili, possono non essere la risposta più giusta alla domanda reale. Interfacciarsi realmente con le ospiti è fondamentale: si parte dallo studio del decreto del Tribunale e del progetto legato al nucleo familiare, ma bisogna “giocarsi” nella relazione con le madri per dar voce a tutto ciò che non può essere contenuto in un documento, come la loro storia, i loro percorsi di vita, i loro vissuti.
È solo in questo modo che si crea una risposta attiva ad una domanda che cambia continuamente e diventa sempre più complessa.”
“L’obiettivo del Villaggio del Fanciullo di Morosolo è, fin dagli albori, dare un rifugio alle figure più fragili e vulnerabili nella società, ovvero donne e bambini,” dichiara la Presidente Elisa Pavesi. “Noi accogliamo nuclei familiari genitori-figli che principalmente vivono un disagio sociale, sono vittime di violenza o presentano problematiche legate all’uso di sostanze. Oltre all’accoglienza, il nostro compito è, attraverso un percorso formativo ed educativo, quello di fornire ai nuclei accolti gli strumenti per costruire insieme un futuro più stabile e sereno. I piani educativi sono sviluppati soggettivamente, tenendo conto della loro storia, delle loro difficoltà e delle loro necessità.”
Il Villaggio del Fanciullo di Morosolo opera da oltre cinquant’anni in prima linea per offrire a nuclei familiari fragili una possibilità di costruire, con l’aiuto della nostra squadra, una nuova consapevolezza.
